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Coordinated by Gheorghe STOICA

 

Croce e l’Ideologia Liberale

                       

Michele PROSPERO

“La Sapienza” Università di Roma

 

 Abstract: Through this essay, the author invites the social scientists to revisit the theoretical approach of one of the most important theorists of the Italian classical liberalism, Benedetto Croce. The several elements from Croce’s theory here discussed emphasize the conservative character of the Italian liberalism.

 

Keywords: liberalism, State, individual, social unity, political party.

La mancanza di una vera e propria cultura liberale di stampo europeo, attenta ai diritti individuali e non ostile alle forme moderne del conflitto, conferisce al liberalismo italiano un marcato orientamento conservatore, poco disponibile alle libertà del singolo. Benedetto Croce, che del liberalismo italiano è l’espressione più autorevole, ha tra i suoi principali autori di riferimento pensatori (Hegel) e concetti (politica di potenza, rigetto dell’atomismo e delle finzioni del parlamentarismo) che con il liberalismo europeo più affinato hanno ben poco a che spartire. Con il suo liberalismo sui generis Croce prende di mira, proprio come Gentile, la concezione atomistica della società che separa drasticamente l’individuo dallo Stato. Questa netta linea divisoria tra lo Stato e l’individuo introduce un deleterio elemento di frizione, un potenziale perturbatore della coesione di cui ha bisogno una autentica unità sociale. Nella requisitoria crociana contro l’atomismo, l’utilitarismo, il materialismo riecheggiano motivi più di stampo conservatore che liberale.

In uno scritto del 1912, Croce chiarisce quali sono i suoi bersagli preferiti. A suo giudizio tutte le tradizionali categorie politiche meritano l’oblio. “Aristocrazia, democrazia, conservatorismo, progressismo, liberalismo, socialismo, militarismo sono astrazioni”. Al centro di un più adeguato approccio ai problemi della politica egli colloca il principio della unità sociale. Riallacciandosi a un filone interpretativo attento all’istanza dell’unità e dell’ordine, Croce rifugge da ogni elemento di lacerazione visto come sfida che minaccia di sfaldare il fragile equilibrio sociale. Nei tempi moderni il socialismo si configura come la più temibile minaccia rivolta contro il presupposto della unità sociale. Scrive Croce:

“[…] questa coscienza dell’unità sociale, scossa dalla lunga consuetudine della ideologia socialistica, urge, a mio credere, restaurare; e per restaurarla efficacemente, bisogna andare strappando tutte le piccole radici, dalle quali nell’animo nostro può ancora rinascere la mala gramigna di quella ideologia”.

Prima ancora della guerra civile europea che secondo gli storici revisionisti sarebbe stata inaugurata dalla rivoluzione bolscevica, nel vecchio mondo liberale si sentiva il bisogno impellente di un’operazione di pulizia ideologica che liberasse il campo dalla “mala gramigna” del socialismo. In questo scritto Croce raccomanda di distruggere gli idola tribus del conflitto sociale e di “non darsi troppo pensiero della signora Democrazia e del signor Socialismo”. Mentre nella vecchia Europa il liberalismo aveva già fatto i conti con il processo di democratizzazione convertendosi rapidamente in liberaldemocrazia (in Inghilterra Mill accoglie addirittura istanze fondamentali del socialismo inaugurando una esperienza di socialismo liberale), in Italia il massimo esponente della cultura liberale respinge tanto la democrazia quanto il socialismo.

Un nuovo protagonista della vita politica, il partito politico, non trova facile accoglienza nel laboratorio teorico di Croce, prima d’ogni altra cosa preoccupato di sterilizzare ogni disturbatore dell’ordine. Il partito ai suoi occhi rappresenta un elemento di conflitto che indebolisce il bisogno di unità e concordia. L’intero, il tutto non sopportano parti che destrutturano le fondamenta della convivenza in un’età minacciata dalle pretese del volgo. Quello di partito si configura pertanto come “concetto logicamente assurdo e praticamente pernicioso, perché distruttivo della coscienza dell’unità sociale”. Dare organizzazione alle idee e agli interessi di una parte è qualcosa di sospetto nella misura in cui la coscienza dei propri particolari bisogni urta contro la compattezza dell’intero. Da buon pensatore dell’ordine, Croce denuncia nei partiti dei sabotatori dell’unità nazionale. Per questo “la vera azione politica richiede sempre un trarsi fuori dei partiti per affermare, sopra di essi, unicamente la salute della patria”. I cittadini che si organizzano nei partiti compiono un atto dal sapore distruttivo, lanciano un segnale piuttosto esplicito di scarso attaccamento alle superiori prospettive della patria. Per avere una percezione chiara del bene comune occorre superare la realtà dei partiti e affidarsi a momenti esterni rispetto alla cieca lotta delle fazioni. Per Croce i valori della disciplina morale, dell’ordine, della unità, della patria unita e compatta sono superiori a quelli del conflitto, della divisione in partiti, del particolarismo. Si tratta evidentemente di un liberalismo che non apprezzando la positività del conflitto risulta del tutto sguarnito di fronte ad assalti autoritari. Non è un caso che Croce fino al 1925 si proclama favorevole alla prospettiva di uno Stato etico rispetto al quale cadono tutte le manifestazioni particolaristiche e viene ricusato ogni atomismo sociale.

Il disegno crociano è quello di uno Stato forte in grado di tenere alti i valori della tradizione patria. Ma ogni senso dello Stato ai suoi occhi rischia di uscire definitivamente di scena in seguito alle manifestazioni di particolarismo e di disgregazione che si sono affacciate con intensità senza precedenti soprattutto con il movimento socialista. Croce si dichiara estremamente preoccupato dinanzi al “processo centrifugo che minacciava non lontana la dissoluzione dell’idea di Stato e di unità sociale a transitorio vantaggio dei singoli individui e dei singoli gruppi sociali”. Rispetto all’appannamento dell’idea di statualità determinata dalla mobilitazione di interessi sociali ristretti, Croce ritiene urgente ricorrere alla esaltazione delle dottrine dello Stato potenza. Rigettando ogni “ideologia dell’astratta giustizia”, deridendo gli “untuosi democratici”, rimarcando persino “la bassezza morale della teoria dello Stato come giustizia”, il filosofo abruzzese approda a una concezione dello Stato che è difficile catalogare come liberale. Croce sottolinea la “moralità della dottrina dello Stato come potenza” e rigetta come formule vuote le teorie contrattualistiche escogitate per la fondazione dell’obbligo politico. Bobbio vede in Croce l’incarnazione “dell’ideale politico del perfetto uomo d’ordine”. Dinanzi alle pretese degli  individui di far valere i loro particolari interessi si erge la grande potenza dello Stato che deve assicurare coesione sociale. Al pari dello Stato etico gentiliano, anche lo Stato potenza di Croce vede nell’associazionismo una tendenza sovvertitrice irrefrenabile. Il consenso, il contratto  non giocano alcun ruolo nella fondazione dell’autorità politica. Il primato della unità sociale sulle forme di organizzazione interindividuale conduce all’annullamento della dimensione stessa dell’individualità. Croce sostiene che l’uomo “non è niente in quanto astratta individualità ed è tutto in quanto concorda col tutto”. Le pagine che il filosofo abruzzese dedica al consenso sono le più lontane da una visione liberale. Egli scrive che “nel più liberale degli Stati come nella più oppressiva delle tirannidi, il consenso c’è sempre, e sempre è forzato, condizionato e mutevole”. Sfugge in questa sua definizione ogni differenza tra istituzioni politiche che suppongono una periodica ricarica consensuale e forme di potere sprovviste di regolari elezioni e di liberi parlamenti. Bobbio ricorda giustamente che anche quando passerà alla esaltazione della religione della libertà in Croce la libertà è un qualcosa di generico, di romantico che “non si può definire  per mezzo dei suoi istituti, ossia giuridicamente”.

Quando Croce parla del suo liberalismo fa riferimento a qualcosa di vago come “la mia realtà di sentimento e di volontà” e mai a concrete dinamiche istituzionali. Costante nelle varie fasi del suo pensiero è l’avversione profonda per la democrazia. Il democraticismo è per Croce “la tendenza a far pesare più fortemente la massa, il popolo o la plebe”. La pretesa eguaglianza nei diritti individuali postulata dalle dottrine democratiche viene rigettata con sdegno. Per Croce “nemmeno un contratto è possibile tra codesti autarchi, mancando la materia del contrattare, la diversità, fondamento dei reciproci diritti e doveri”. I corollari della dottrina politica crociana sono costituiti da uno scetticismo per l’avanzamento politico della plebe, per il giusnaturalismo. A tutto ciò che richiama la potenza del numero, dinamiche quantitative egli contrappone un liberalismo che coincide con una autentica aristocrazia spirituale. “L’aristocrazia -egli scrive- è la fiamma che tende all’alto, e questa fiamma è l’anima stessa dell’uomo”. Un vero aristocratico sente un distacco profondo verso “codeste signore virtù”: fraternità, eguaglianza, tolleranza. Chi si attiene al valore dell’aristocrazia “disdegna di accomunarsi con coloro che reputa a sé inferiori”. Il disprezzo per il volgo, l’impossibilità di avere forme politiche in comune con gli strati sociali inferiori documentano la ristrettezza di un liberalismo incapace di porsi seriamente il problema dell’integrazione politica delle masse. Per Croce il liberale deve “protestare contro il volgo, satireggiarlo, respingerlo da sé con violenza”. Il sistema democratico che pretende di accorciare il divario tra i ceti sociali e di contemplare una eguaglianza politico-giuridica tra gli individui astrattamente considerati rappresenta una delle forme politiche più abominevoli. La demarcazione netta tra i pochi che governano e i molti che obbediscono va innalzata a invariante dei regimi politici. La lotta tra i partiti, l’intera dialettica parlamentare si configurano come un qualcosa di sospetto, come una sceneggiata. “L’esperienza ci mostra -afferma Croce- che il partito che governa o sgoverna è sempre uno solo e ha il consenso di tutti gli altri, che fanno le finte di opporsi”. Se il consenso è manipolato, l’opposizione è finzione ne deriva che tutti i presupposti istituzionali sui quali poggia il regime liberale sono una grande mistificazione. Tra queste posizioni teoriche di Croce e il fascismo è difficile individuare delle solide linee di demarcazione.

L’esaltazione della potenza contro le manifestazioni della politica umanistica ferma alla mitologia della persuasione e del consenso ha delle radici così profonde nel liberalismo crociano che l’ammirazione per la violenza squadristica non sembra affatto essere circoscrivibile a uno sviamento congiunturale. Se quella di Gentile è stata dipinta come una “filosofia del manganello” che saluta le virtù terapeutiche di questo insolito strumento di persuasione, quella di Croce può con altrettante buone ragioni essere raffigurata come “filosofia dello scoppolotto” che reclama modi spiccioli per arginare i movimenti antinazionali. Quella dei fascisti è “una pioggia di pugni utilmente e opportunamente somministrata”. In una intervista del 1924 Croce ricorda come un “così grande beneficio la cura a cui il fascismo ha sottoposto l’Italia”. La sua preoccupazione è che una cura così incisiva possa durare troppo poco. Ancora in Politica in nuce il bersaglio vero sono i democratici con le loro insopportabili prediche sulla eguaglianza, sulla libertà e sulla fraternità e non le violenze dei fascisti presentati ancora come “uomini di vivo senso storico e politico divenuti appassionati partigiani della forza”. La loro è sì una forza “grossolanamente intesa” ma non si può pretendere sottigliezza e capacità di distinzione da un movimento che comunque si prende la briga di dare “scappellotti” ai sostenitori delle “forme insulse” della democrazia.

Sotto il profilo più strettamente concettuale, Croce (in Politica in nuce del 1925) distingue, sulla base dell’ineliminabile rimando alla forza che in ogni epoca appare come connotato peculiare del politico, la politica dalla morale. Nelle sue pagine riconduce la politica ad agire e quindi, con la sua spinta all’azione volta ad uno scopo esistenziale, alla dimensione della sfera pratica. La politica, come mondo dell’agire vitale, è nient’altro che “azione utile” e la sua sfera è ricompresa nella forma dell’economia, anch’essa assumibile come un agire in vista di un utile immediato o differito. Lo spessore pratico e utilitario proprio dell’agire politico induce Croce a rimarcare il connotato effettuale della politica e quindi a trascurare “lo Stato come complesso di istituzioni o di leggi”. Non che gli apparati istituzionali, le costituzioni formali siano del tutto irrilevanti. Anzi, anche dal punto di vista pratico, le forme contano. Spiega infatti Croce: “i governi che non si fondano su alcun diritto ma sul semplice fatto non mettono radici o le mettono con grande lentezza”. Il diritto, la forma conferiscono durata al potere, ne garantiscono la funzionalità nel tempo. E però occorre guardarsi dai “formalisti giuristi”, dalla loro astratta pedanteria che rimane del tutto estranea al senso della politica come agire. Il valore della legalità, della continuità dell’ordinamento non può condurre ad una vuota considerazione formale. Il culto astratto della forma viene superato in virtù dell’asserzione per cui anche la legge è nient’altro che agire.

Croce partecipa al generale processo teorico novecentesco di affrancamento degli studi politici dalla egemonia dell’antica scienza dello Stato d’impronta formalista. “Il concetto di Stato non vale a circoscrivere le azioni politiche tra le altre pratiche e utilitarie”. Non lo Stato con la sua rivendicazione di una separatezza formale “ma le azioni politiche” devono essere poste al centro dell’analisi. “La parola Stato sembra quasi un paradosso verbale, perché richiama la statica in una cerchia come la vita politica che è dinamica”. In questo modo Croce colloca la politica nel terreno onnicomprensivo dell’agire, delle forme di vita e lo sottrae dalle ricostruzioni statiche e normative. La sua lotta contro le scienze dello Stato, in nome dello studio delle azioni utili, spesso procede con asserzioni alquanto generiche: “a rigore, ogni forma di vita è vita statale”. Asserendo che lo Stato è azione, che la legge è anch’essa azione, che le istituzioni sono azione e che tutto è insomma vita non si coglie molto del significato reale del politico. La sua ricostruzione d’impronta vitalistica e azionistica del politico rimane di gran lunga alla superficie del fenomeno politico. Non ne coglie né la tragicità novecentesca, né la trama formale-istituzionale-procedurale. La sua attenzione ai distinti non è paragonabile, nel cogliere le radici delle differenze e dei conflitti, alla penetrazione vantata dalle correnti del pluralismo, del comportamentismo.

Le stesse definizioni dello Stato offerte in vari luoghi da Croce talvolta configgono tra loro in maniera esplicita. Se lo Stato è nel suo tratto specifico anzitutto forza, potenza (anche il consenso ha diramazioni che affondano nella fenomenologia della forza) è difficile poi impostare una ricognizione della politica e del diritto sulla base della nozione dell’utile (“Lo Stato? Nient’altro che un processo di azioni utilitarie”). E dopo aver escluso, proprio sulla base della categoria dell’utile, non solo il volto effettuale della forza ma anche il profilo etico dello Stato, Croce incontra difficoltà nel distinguere il corredo utile o economico attribuito allo Stato dalle dottrine liberiste e mercatiste. Contro la potenza quale esclusivo fondamento dello Stato Croce invoca l’utile e contro l’economico come destinazione privilegiata dell’ordine politico reclama il soccorso dell’etica (“Lo Stato non è un fatto ma una categoria spirituale”). Lo Stato come azione però non coglie i nodi del politico.

L’azionismo di Croce, il suo vitalismo quale emblema di libertà approdano ad asserzioni teoriche che paiono alquanto generiche per essere davvero risolutive: “La libertà, come l’amore, è la vita che vuole espandersi e godere di sé”. La velleità di mediare libertà e autorità, regola e azione, naufraga dinanzi a declinazioni aleatorie della libertà come “gioia del fare”, gioia del vivere. La rivolta contro le teorie troppo edificanti (la mitologia del contratto, dell’eguaglianza, del consenso, dei diritti) sospinge Croce in un vitalismo poco penetrante rispetto alla conformazione degli assetti del potere. Contro Gentile, e il suo culto dello Stato che tutto ingloba in sé e subordina rispetto ad un fine spirituale generale, Croce decurta il connotato etico dello Stato e rimarca il tratto incancellabile della potenza. E contro Einaudi, e la sua mitologia del mercato e della concorrenza perfetta come sinonimi della moderna libertà, rivendica il plusvalore etico del liberalismo. In queste oscillazioni concettuali che sconfinano nell’eclettismo Croce mostra di non esplorare il politico con categorie esaustive.

Il tentativo di Croce è quello di distinguere il suo liberalismo sia dallo Stato etico gentiliano sia dal liberismo economico che nel feticcio del mercato esclude il ruolo delle regole, della adozione di un piano. Secondo Croce una “sincera e vivida coscienza liberale deve sostenere provvedimenti e ordinamenti che i teorici dell’astratta economia classificano come socialisti” (Etica e politica). Il concetto di libertà per lui sfugge ad uno stretto canone economico e a qualsiasi impianto istituzionale totalizzante che occulta le distinzioni, le differenze e impone la pretesa autoritaria di “determinare il prezzo delle cose, il giusto prezzo”. L’ordine del mercato è una dimensione contingente rispetto a valori capaci di durare e che però non sono assorbiti per intero dal comparto statuale. La “natura religiosa” del principio liberale lo allontana da ogni culto della proprietà, del mercato, del capitalismo e anche da qualsiasi statolatria. Le istituzioni politiche e sociali sono da Croce subordinate al valore morale della libertà che in quanto tale espelle anche qualsiasi identificazione dello Stato con l’assoluto. Contro il liberista Einaudi, e contro ogni morale a sfondo edonista dei “fanatici liberisti” Croce esalta il liberalismo inteso come deposito di valori eterni che trascendono anche la ossatura formale dello Stato contingente e qualsiasi pretesa di riassorbire la distinzione tra pubblico e privato.

Le vicende del Novecento sono scrutate da Croce secondo un registro che nella metamorfosi dell’utile nel più radicale vitalismo scorge la matrice originaria dei totalitarismi. La realtà della contraddizione, il lato ineludibile del negativo,  l’irruzione imponderabile dell’irrazionale o l’ingresso nel teatro del mondo del momento che Croce chiama della “dis-creazione” spezzano ogni illusione riposta nel progredire lineare dello Spirito, nel culto della storicità integrale come circuito tranquillo di una razionalità sempre progrediente. Negli anni Trenta (in Storia d’Europa nel secolo decimonono, 1932) emerge uno dei profili più interessanti del liberalismo crociano, la vocazione europea. I concetti di libertà, civiltà, razionalità, come frutto di un’opera incessante della coscienza sono recuperati nello spazio politico europeo destinato a superare le fratture e le angustie dei nazionalismi aggressivi. Croce auspica un “processo di unione europea” come efficace antidoto contro la “psicologia dei nazionalismi” che sostiene una spirale regressiva e violenta. 


Bibliography

CROCE, Benedetto, “Politica in nuce”, La Critica, No. 22, 1924.

CROCE, Benedetto, Etica e politica, Laterza, Bari, 1931.

CROCE, Benedetto, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari, 1932.